Antiriciclaggio, disponibili le regole tecniche per i Notai previste dal D.Lgs. 90/2017

Il Comitato di Sicurezza Finanziaria, presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha espresso nei giorni scorsi il proprio parere sulle Regole Tecniche in materia di Antiriciclaggio, approvate dal Consiglio Nazionale del Notariato.

Le Regole Tecniche e/o le indicazioni vincolanti, previste dagli articoli 11 comma 2 e 16 comma 2 del D.Lgs. 231/2017, hanno il compito di disciplinare, con maggior grado di dettaglio e più pregnante riferimento ai soggetti specifici per cui vengono emanate, procedure e metodologie di analisi e valutazione del rischio di riciclaggio e finanziamento del terrorismo, di controlli interni, di adeguata verifica, anche semplificata della clientela e di conservazione; parimenti vengono individuati i requisiti dimensionali e organizzativi in base ai quali i soggetti obbligati adottano specifici presidi, controlli e procedure per la valutazione e gestione del rischio di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo.

Nel caso dei notai, la normativa regolamentare (cd. “Regole Tecniche”) è stata approvata dal CNN con le Delibere nn. 3-40/27 luglio 2017 e 2-46/27 ottobre 2017, su Parere del Comitato di Sicurezza Finanziaria.

Il prescritto parere del Comitato di Sicurezza Finanziaria è datato 18 settembre 2018 ed è stato trasmesso al CNN in data 1^ ottobre 2018.
Tali Regole tecniche vanno a comporre il quadro attuale della normativa di riferimento in materia di obblighi antiriciclaggio, che potremmo dire articolato sulle seguenti fonti:

  1. Direttiva Comunitaria, relativi Considerando e Principi Generali (di immediata portata precettiva);
    Legge Delega e Decreto Delegato;
  2. Circolari Ministeriali;
  3. Regole Tecniche ed indicazioni vincolanti del CNN;
  4. Studi del CNN
  5. Linee Guida e Direttive Interne adottate da ciascun professionista.

Le regole tecniche antiriciclaggio per i Notai ed il commento del Consiglio Nazionale dei Notai, sono disponibili sul nostro portale www.complianceantiriciclaggio.it dedicato ai nostri clienti dei servizi Ateneos conformità normativa e agli utenti del servizio VEDABOX.

Lista dei paesi ad alto rischio di riciclaggio, adeguata verifica rafforzata obbligo di astensione e adempimenti antiriciclaggio

Di: Antonio Fortarezza

La Commissione UE, in data 14 luglio 2016 ha adottato il regolamento delegato (UE) 2016/1675, contenente un elenco di paesi terzi considerati ad alto rischio che presentano carenze strategiche nei rispettivi regimi nazionali di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. La lista dei paesi inizialmente individuati con il regolamento UE 2016/1675, è stata successivamente aggiornata con regolamento UE 2018/105 del 27/10/2017 e con regolamento UE 2018/212 del 12/12/2017.

I paesi individuati con i citati provvedimenti della Commissione Europea sono alla data odierna i seguenti:

I. Paesi terzi ad alto rischio che hanno preso per iscritto un impegno politico ad alto livello a rimediare alle carenze individuate e che hanno elaborato con il GAFI un piano d’azione.
1 Afghanistan Regolamento UE 2016/1675 del 14/07/2016
2 Bosnia-Erzegovina
3 Guyana
4 Iraq
5 Repubblica democratica popolare del Laos
6 Siria
7 Uganda
8 Vanuatu
9 Yemen
10 Etiopia Regolamento UE 2018/105 del 27/10/2017
11 Sri Lanka Regolamento UE 2018/2012 del 12/12/2017
12 Trinidad e Tobago
13 Tunisia
II. Paesi terzi ad alto rischio che hanno preso un impegno politico ad alto livello a rimediare alle carenze individuate e che hanno deciso di chiedere assistenza tecnica per l’attuazione del piano d’azione del GAFI, individuati nella dichiarazione pubblica del GAFI.
1 Iran Regolamento UE 2016/1675 del 14/07/2016
III. Paesi terzi ad alto rischio che presentano rischi continui e sostanziali di riciclaggio di denaro e di finanziamento del terrorismo avendo ripetutamente omesso di rimediare alle carenze individuate, che sono individuati nella dichiarazione pubblica del GAFI.
1 Repubblica popolare democratica di Corea Regolamento UE 2016/1675 del 14/07/2016

L’elenco dei paesi ad alto rischio individuati nei regolamenti dell’Unione Europea, per i destinatari della normativa antiriciclaggio, sono da valutare con grande attenzione per l’organizzazione dei presidi previsti dal D.Lgs. 231/2007, ed in particolare:

  • Nella valutazione del rischio prevista all’art. 17 del D.Lgs. 231/2007;
  • Nell’adeguata verifica rafforzata prevista all’art. 24 del D.Lgs. 231/2007;
  • In occasione dell’esecuzione da parte di terzi dell’adeguata verifica prevista all’art. 29 del D.lgs. 231/2007;
  • Nelle disposizioni relative alla segnalazione di operazioni sospette prevista all’art. 35 del D.Lgs. 231/2007;
  • Con riferimento all’obbligo di astensione previsto all’art. 42 del D.lgs. 231/2007.

Con la lista dei paesi ad alto rischio di riciclaggio, la norma individua un perimetro di operatività nello sviluppo degli adempimenti antiriciclaggio, che non è lasciato alla sensibilità e discrezionalità del soggetto destinatario degli obblighi, poichè quei paesi, diventano rilevanti ai fini di una attenta profilatura del rischio, legato all’aspetto geografico, e devono tra l’altro essere tenuti in considerazione i seguenti elementi:

  • la presenza tra i membri degli organi direttivi degli enti (non solo delle persone giuridiche ma anche di strutture quali trust, associazioni, fondazioni etc) di persone, residenti o originarie di “paesi terzi ad alto rischio”;
  • la residenza della controparte del cliente, in “paesi terzi ad alto rischio”;
  • la presenza tra i titolari effettivi degli enti (non solo delle persone giuridiche ma anche di strutture quali trust, associazioni, fondazioni etc) di persone, residenti o originarie di “paesi terzi ad alto rischio”;
  • la provenienza o la destinazione dei fondi da “paesi terzi ad alto rischio”;

In primo luogo, il destinatario degli obblighi, già nella fase di identificazione e verifica dell’identità del cliente, dell’esecutore e del titolare effettivo, che deve essere svolta come previsto all’art. 18 del D.lgs. 231/2007, prima dell’instaurazione del rapporto continuativo o del conferimento dell’incarico per lo svolgimento di una prestazione professionale, deve tener conto che la localizzazione geografica del cliente o delle cariche direttive dell’ente, o del titolare effettivo, in un paese ad alto rischio, rende fin da subito obbligatori i presidi di adeguata verifica rafforzata previsti dall’art. 24 del D.Lgs. 231/2007.

Tale circostanza, obbliga fin da subito il destinatario degli obblighi, ad adottare misure rafforzate di adeguata verifica della clientela acquisendo informazioni aggiuntive sul cliente e sul titolare effettivo, approfondendo gli elementi posti a fondamento delle valutazioni sullo scopo e sulla natura del rapporto e intensificando la frequenza dell’applicazione delle procedure finalizzate a garantire il controllo costante nel corso del rapporto continuativo o della prestazione professionale.

Tali misure, ad esempio, non consentono come nei casi di basso rischio l’acquisizione di una dichiarazione responsabile del cliente, bensì richiedono una verifica di tutte le informazioni fornite, attraverso il ricorso ad altre fonti attendibili e indipendenti quali:

  1. i documenti di identità o riconoscimento in corso di validità;
  2. gli atti pubblici, le scritture private autenticate, i certificati qualificati utilizzati per la generazione di una firma digitale associata a documenti informatici;
  3. la dichiarazione della rappresentanza diplomatica e dell’autorità consolare italiana;
  4. gli archivi camerali, gli albi ed elenchi di soggetti autorizzati, gli atti costitutivi, gli statuti, i bilanci o documenti equivalenti, le comunicazioni rese al pubblico in conformità alla normativa di settore (quali prospetti, comunicazioni di partecipazioni rilevanti o informazioni privilegiate);
  5. le informazioni provenienti da organismi e autorità pubbliche, ivi compresa la pubblica amministrazione, anche di Stati esteri, purché Paesi terzi equivalenti; tali informazioni possono essere acquisite anche attraverso i siti web.

In tali casi, ad esempio, l’identificazione del cliente, potrebbe essere accompagnata da ulteriori attività, non necessarie nei casi di basso rischio, quali a titolo puramente indicativo:

  • La richiesta al cliente di un documento d’identità supplementare rispetto a quello già acquisito, magari in tempi diversi;
  • Nel caso di persone fisiche, la richiesta di documentazione a supporto per la verifica della residenza dichiarata, quali ad esempio la trasmissione di bollette o utenze energetiche, telefoniche, etc.

Per l’identificazione del titolare effettivo, oltre alla dichiarazione responsabile del cliente (che fornisce i dati del titolare effettivo), ed una verifica degli stessi con quelli desumibili da una fonte affidabile ed indipendente, potrebbe essere opportuno richiedere sempre al cliente un documento d’identità in corso di validità del o dei titolari effettivi (cosa non necessaria nei casi di basso rischio), fino ad arrivare nei casi di particolare opacità e secondo l’approccio basato sul rischio, alla identificazione in presenza del titolare effettivo.

Inoltre in tali casi, è opportuno ottenere dal cliente una dichiarazione specifica sulla provenienza dei fondi, non obbligatoria nei casi connotati da un profilo di rischio basso.

Resta inteso, che nel caso in cui il professionista, non sia in grado di rispettare le condizioni di approfondita conoscenza del cliente, resi necessari in base all’approccio basato sul rischio, dovrà astenersi dal rendere la prestazione professionale ai sensi dell’art. 42, comma 1 del D.Lgs. 231/2007, e valutare se le informazioni di cui dispone sono tali da far emergere anche il sospetto ai fini di una segnalazione prevista all’art. 35 del D.Lgs. 231/2007.

In secondo luogo, ma non meno importanti, sono le disposizioni relative all’obbligo di astensione previste all’art. 42, comma 2, poichè i soggetti obbligati devono astenersi dall’instaurare il rapporto continuativo, eseguire operazioni o prestazioni professionali e pongono fine al rapporto continuativo o alla prestazione professionale già in essere di cui siano, direttamente o indirettamente, parte società fiduciarie, trust, società anonime o controllate attraverso azioni al portatore aventi sede in Paesi terzi ad alto rischio. Tali misure si applicano anche nei confronti delle ulteriori entità giuridiche, altrimenti denominate, aventi sede nei suddetti Paesi, di cui non è possibile identificare il titolare effettivo né verificarne l’identità.

Le indicazioni previste all’art. 42, comma 2, del D.lgs. 231/2007 sull’obbligo di astensione, a differenza di moltissime altre disposizioni della legge antiriciclaggio, che per loro natura sono da applicarsi con il consueto approccio basato sul rischio, in questo caso sono tassative, e devono essere attentamente valutate anche alla luce del particolare regime sanzionatorio previsto all’art. 56 del D.Lgs. 231/2007, poichè ai soggetti obbligati che, in presenza di una operatività legata ad un paese ad alto rischio, compiono le operazioni o eseguono la prestazione professionale, può essere comminata una sanzione amministrativa fino a 50.000 euro, ovvero fino a 1.000.000 di euro nei casi previsti dall’art. 58 del D.Lgs. 231/2007.

Nella sostanza il legislatore stabilisce che se nel rapporto con il destinatario degli obblighi, direttamente o indirettamente, siano parte società fiduciarie, trust, società anonime o controllate attraverso azioni al portatore aventi sede in Paesi terzi ad alto rischio, l’operazione o la prestazione professionale deve essere immediatamente interrotta.
Inoltre, il legislatore allargando il perimetro di operatività del precetto previsto all’art. 42, comma 2, del D.Lgs. 231/2007, stabilisce l’immediata astensione anche nei casi in cui le entità giuridiche aventi sede in Paesi ad alto rischio, siano diverse da quelle sopra individuate (e cioè diverse dalle società fiduciarie, trust, società anonime o controllate attraverso azioni al portatore) in tutti i casi in cui al destinatario degli obblighi non risulta possibile identificare il titolare effettivo né verificarne l’identità.

 

 

Formazione antiriciclaggio dipendenti e collaboratori con il test di apprendimento certificato per lo studio

Con la formazione antiriciclaggio dei dipendenti e collaboratori degli studi professionali siamo presenti da moltissimi anni con delle iniziative che hanno raccolto un grandissimo successo.

La nostra politica nella scelta dei programmi, del materiale da distribuire in aula e dei docenti è il nostro lavoro di ricerca e sviluppo continuo. Abbiamo raccolto migliaia di indicazioni che ci consentono di calibrare i programmi esattamente dove all’interno degli studi professionali ne percepiamo le necessità.

Per arricchire di contenuti operativi e per rispondere alle necessità della legge antiriciclaggio e delle relative indicazioni degli Ordini Professionali, abbiamo lavorato durissimo per molti mesi per realizzare il primo Atat Aml Test © (Aml Audit Training Test Veda Copyright 2018) secondo gli standard internazionali, che ogni partecipante al termine della giornata formativa dovrà compilare e che fornirà, con un algoritmo certificato, le capacità di apprendimento e la padronanza dei concetti più importanti per una corretta gestione dei presidi antiriciclaggio all’interno degli studi professionali.

Per la formazione antiriciclaggio dei dipendenti e collaboratori, oltre ad aver selezionato soltanto quei relatori che hanno dimostrato di avere le competenze operative sulla norma, abbiamo imposto il rigoroso rispetto delle nostre indicazioni in termini di programma e di sviluppo dei contenuti, che con il nostro Atat Aml Test © viene intercettato ed analizzato.

I nostri seminari sono soltanto tecnici ed operativi, e mettiamo a disposizione dei partecipanti la nostra esperienza, che poi altro non è, che quella di un gruppo ed un laboratorio di continua ricerca tra i migliori esperti del settore che quotidianamente si confrontano.

Guardate i nostri programmi e vi accorgerete che non sono delle fiabe generaliste, ma ciò che i nostri partecipanti vogliono conoscere.

Per questo motivo, tra l’altro, abbiamo tra i nostri clienti per la formazione dei dipendenti e collaboratori gli studi più importanti di tutto il nord che ogni anno scelgono la nostra qualità, professionalità, serietà e la nostra organizzazione.

Bologna e Reggio Emilia la Guardia di Finanza sferra un duro colpo al riciclaggio e dispone sequestri per 234 milioni

In Emilia Romagna e in altre città del nord, indagate 110 persone tra imprenditori, professionisti e prestanome e sequestrati beni e società per 234 milioni.

Dalle prime luci dell’alba i militari della Guardia di Finanza di Bologna e Reggio Emilia, coordinati dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di quest’ultimo capoluogo di Provincia, stanno eseguendo una serie di perquisizioni in tutta Italia nei confronti degli appartenenti a un sodalizio criminale responsabili – a vario titolo – della commissione di una pluralità di reati di natura fiscale e fallimentare, riciclaggio, truffa ai danni dello Stato e altri reati comuni.

Contestualmente è in corso il sequestro preventivo per equivalente dei beni e delle disponibilità finanziarie degli indagati e delle società agli stessi riconducibili per un ammontare complessivo di 234 milioni di euro, in esecuzione a provvedimento cautelare emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Reggio Emilia.

Le indagini – condotte su più fronti dai militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Reggio Emilia e di Bologna e sviluppatesi ab origine in distinti contesti investigativi – hanno consentito di individuare e ricostruire la complessa struttura criminale composta da oltre 100 persone che, attraverso l’impiego di un numero consistente di società aventi sede nel centro-nord Italia e la contabilizzazione di false fatture per centinaia di milioni di euro, ha indebitamente generato falsi crediti d’imposta e false compensazioni per diverse decine di milioni di euro.

Lo schema di frode prevedeva l’utilizzo di società “fantasma” e false fatturazioni nelle transazioni economiche tra soggetti comunque controllati dall’organizzazione criminale al fine di ottenere: in alcuni casi beni a prezzi più bassi rispetto a quelli di mercato ed in altri notevoli risparmi d’imposta per effetto delle cd. “indebite compensazioni”.
Più nel dettaglio l’organizzazione – dopo aver individuato e acquisito il controllo di imprese in evidenti difficoltà finanziarie – le utilizzavano per frapporle fittiziamente nelle transazioni tra soggetti economici controllati dagli indagati, generando, a seconda dei casi, crediti di imposta fittizi, utilizzati per la compensazione con altri debiti (reali) tributari, previdenziali o assistenziali, o costi parimenti fittizi, grazie ai quali l’organizzazione riusciva ad immettere i prodotti sul mercato a prezzi decisamente bassi con i conseguenti effetti negativi sulla concorrenza.

Le società “cartiere” – ovviamente inadempienti sotto tutti i punti di vista agli obblighi di natura fiscale – terminato il loro “ciclo vitale” della durata di qualche anno venivano intestate a soggetti prestanome nullatenenti e trasferite di sede in paesi esteri al fine di renderne più complessa l’individuazione in caso di eventuali controlli.

Al termine delle indagini è stato possibile quantificare il profitto del reato di tale ingente frode fiscale e di sequestrare consistenze patrimoniali equivalenti a detto illecito profitto, nei confronti delle persone ritenute responsabili, tra cui: 114 fabbricati, 38 terreni, 48 automezzi, quote di partecipazione nelle società investigate e saldi attivi di rapporti bancari, per ammontare complessivo di oltre 234 milioni di euro.

L’operazione sviluppata dalla Guardia di Finanza si inquadra nelle rinnovate linee strategiche dell’azione del Corpo, volte a rafforzare l’azione di contrasto ai fenomeni illeciti più gravi e insidiosi, nonché a incrementare ulteriormente la qualità degli interventi ispettivi, integrando le funzioni di polizia economico-finanziaria con le indagini di polizia giudiziaria e garantendo il perseguimento degli obiettivi di aggressione dei patrimoni dei soggetti dediti ad attività criminose, al fine di assicurare l’effettivo recupero delle somme frutto, oggetto o provento delle condotte illecite.

In tale contesto, la lotta alle frodi fiscali costituisce l’ambito di intervento dove meglio si esprime la valenza dell’azione della Guardia di Finanza, cui sono contestualmente attribuite – com’è noto – le funzioni di polizia giudiziaria e di polizia economico finanziaria.

L’organizzazione criminale scoperta, in effetti, si è dimostrata particolarmente pericolosa non solo per l’entità delle imposte evase alla collettività e ai cittadini onesti, ma soprattutto per le modalità attuative concretamente poste in essere, fondate sull’utilizzo di documentazione falsa e, in quanto tale, espressiva di condotte criminali fortemente aggressive.

Nuova legge privacy in gazzetta con il GDPR che ridisegna la normativa sul trattamento dei dati personali

Inizia una nuova era per la gestione dei dati personali delle persone fisiche con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale n. 205 del 4 settembre 2018 del D.Lgs. n. 101 del 10/08/2018, che ridisegna la normativa nazionale sulla privacy a seguito dell’adeguamento delle norme in materia di tutela dei dati personali previste con il Regolamento UE 2016/679 (GDPR).

La scelta legislativa intrapresa dal legislatore nazionale, è stata quella di andare a modificare ed adeguare con il D.Lgs. n. 101 del 10/08/2018, l’attuale normativa sulla privacy prevista dal D.lgs. 196/2003.  Il provvedimento entrerà in vigore il prossimo 19 settembre 2018.

Termina la fase di temporeggiamento per i vari destinatari delle norme, che dal 2016, data di pubblicazione del GDPR avevano tempo fino al 25 maggio scorso per adeguarsi al regolamento europeo immediatamente efficace.

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del D.Lgs. n. 101 del 10/08/2018, che recepisce il Regolamento UE 2016/679 (GDPR), la normativa nazionale in materia di privacy pone fine a tutti gli alibi dei vari destinatari, che in questi anni in moltissimi casi hanno preferito la strada di temporeggiare nell’applicazione delle nuove e più stringenti regole per la tutela dei dati personali dei cittadini europei.

Francesco Modaferri, dirigente del Garante della Privacy, ha messo in evidenza che ora il quadro normativo si è completato e non ci sono più alibi per le aziende e i vari destinatari della normativa.

 Adesso le regole sono complete e l’arbitro può fischiare il calcio d’inizio

Abbiamo un calendario di eventi formativi sulla nuova legge sulla privacy e sul Gdpr

Con SIAR comunicazione antiriciclaggio delle infrazioni sul contante solo in modalità telematica

Dal mese di aprile 2018 tutti i destinatari della normativa antiriciclaggio dovranno trasmettere le comunicazioni relative alle infrazioni sul contante e sugli assegni mediante apposito canale telematico predisposto dal Mef in una apposita pagina web.

L’applicativo SIAR (Segnalazioni Infrazioni Anti Riciclaggio) è un canale elettronico che la Ragioneria Generale dello Stato ha sviluppato per permettere una migliore gestione delle segnalazioni di infrazioni, relative agli illeciti in materia di antiriciclaggio, tra le Ragionerie Territoriali dello Stato e tutti i soggetti obbligati alla comunicazione al Ministero dell’Economia e delle Finanze, ai sensi dell’art. 51, comma 1, del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231.

L’applicativo consente ai Soggetti segnalatori di inserire le informazioni utili trasmettendole direttamente alle Ragionerie Territoriali dello Stato competenti, ottenendo una standardizzazione degli invii delle segnalazioni sull’intero territorio nazionale.

I soggetti obbligati ad effettuare la comunicazione ai sensi dell’art. 51, comma 1, del D.Lgs. 231/2007 in argomento sono i seguenti:

  • intermediari bancari e finanziari
  • altri operatori finanziari
  • professionisti
  • altri operatori non finanziari
  • prestatori di servizi di gioco

Con l’applicativo SIAR, dal mese di aprile 2018, dovranno essere comunicate telematicamente al MEF le infrazioni sulle limitazioni all’uso del contante e dei titoli al portatore previste all’art. 49 del D.Lgs. 231/2007, come di seguito indicate:

Art. 49, comma 1, D.Lgs. 231/2007 É vietato il trasferimento di denaro contante e di titoli al portatore in euro o in valuta estera, effettuato a qualsiasi titolo tra soggetti diversi, siano esse persone fisiche o giuridiche, quando il valore oggetto di trasferimento, è complessivamente pari o superiore a 3.000 euro. Il trasferimento superiore al predetto limite, quale che ne sia la causa o il titolo, è vietato anche quando è effettuato con più pagamenti, inferiori alla soglia, che appaiono artificiosamente frazionati e può essere eseguito esclusivamente per il tramite di banche, Poste italiane S.p.a., istituti di moneta elettronica e istituti di pagamento.
Art. 49, comma 5, D.Lgs. 231/2007 Gli assegni bancari e postali emessi per importi pari o superiori a 1.000 euro devono recare l’indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario e la clausola di non trasferibilità.
Art. 49, comma 6, D.Lgs. 231/2007 Gli assegni bancari e postali emessi all’ordine del traente possono essere girati unicamente per l’incasso a una banca o a Poste Italiane S.p.A.
Art. 49, comma 7, D.Lgs. 231/2007 Gli assegni circolari, vaglia postali e cambiari sono emessi con l’indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario e la clausola di non trasferibilità.
Art. 49, comma 12, D.Lgs. 231/2007 A decorrere dall’entrata in vigore della presente disposizione è ammessa esclusivamente l’emissione di libretti di deposito, bancari o postali, nominativi ed è vietato il trasferimento di libretti di deposito bancari o postali al portatore che, ove esistenti, sono estinti dal portatore entro il 31 dicembre 2018.

Si ricorda che la violazione dell’obbligo di comunicazione delle limitazioni all’uso del contante e dei titoli al portatore di cui all’articolo 51, comma 1, è punita con una sanzione amministrativa pecuniaria da 3.000 euro a 15.000 euro.

Titolare effettivo nelle società di persone sempre da individuare per la normativa antiriciclaggio

Di Antonio Fortarezza

I criteri per individuare il titolare effettivo, hanno subito una importante revisione dalla data del 4 luglio 2017, con l’entrata in vigore del D.lgs. 90/2017 che ha ridisegnato la normativa antiriciclaggio contenuta nel D.Lgs. 231/2007.

L’impostazione scelta nell’attuale previsione normativa, è stata quella di prevedere all’art. 20 del D.lgs. 231/2007, i “criteri per la determinazione della titolarità effettiva di clienti diversi dalle persone fisiche“. Ai fini dell’analisi relativa all’individuazione del titolare effettivo nelle società di persone, è di fondamentale importanza la circostanza che il legislatore abbia previsto una soluzione normativa limitata a tutti gli enti, siano essi dotati o meno di personalità giuridica, purchè diversi dalle persone fisiche.

In effetti, analizzando il contenuto delle disposizioni relative ai criteri per individuare il titolare effettivo di clienti diversi dalle persone fisiche, ci si imbatte subito in una importante definizione di carattere generale, che è quella prevista all’art. 20, comma 1, del D.lgs. 231/2007, in cui si stabilisce con grande chiarezza, che il “il titolare effettivo di clienti diversi dalle persone fisiche coincide con la persona fisica o le persone fisiche cui, in ultima istanza, è attribuibile la proprietà diretta o indiretta dell’ente ovvero il relativo controllo“. In pratica il nostro legislatore (diversamente dalla scelta fatta in sede comunitaria con la IV Direttiva UE), si concentra sul concetto di proprietà ovvero sul concetto di controllo.

Inoltre, la struttura prevista dall’art. 20 del D.Lgs. 231/2007, contiene delle indicazioni di carattere generale che valgono per tutti gli enti e delle indicazioni specifiche che valgono soltanto per talune tipologie di enti diversi dalle persone fisiche. In effetti, a scanso di ogni suggestiva interpretazione, il tenore delle indicazioni normative specifiche è di evidente semplicità, poichè, all’art. 20, comma 2, il legislatore si occupa di società di capitali (dice espressamente “nel caso in cui il cliente sia una società di capitali“) e all’art. 20, comma 5, il legislatore si occupa di persone giuridiche private (dice espressamente “nel caso in cui il cliente sia una persona giuridica privata“). Si segnala, che con riferimento al Trust, i criteri per individuare il titolare effettivo, non sono contenuti all’art. 20, bensì individuati in maniera specifica all’art. 22, comma 5, del D.Lgs. 231/2007.

Titolare effettivo nelle società di persone

Sul punto relativo all’individuazione del titolare effettivo nelle società di persone, e come già meglio analizzato nella pubblicazione del mese di gennaio 2018, nel “manuale delle procedure antiriciclaggio per gli studi professionali“, ed ancor prima nel mese di ottobre 2017 nelle “faq sulle casistiche del titolare effettivo” i criteri sono oggettivamente abbastanza semplici e non necessitano di particolari sforzi interpretativi.

Infatti, nel caso in cui il cliente sia una società di persone il titolare effettivo, coincide con la persona fisica o le persone fisiche cui, in ultima istanza, è attribuibile la proprietà diretta o indiretta dell’ente ovvero il relativo controllo, e quindi, nelle società di persone, a prescindere dalla tipologia di modello (società in nome collettivo, società in accomandita semplice etc) il titolare effettivo coinciderà sempre con tutti i suoi soci, e ciò a prescindere dalla tipologia di quota posseduta a titolo di proprietà (socio accomandante o accomandatario), ed a prescindere dalla percentuale di partecipazione al capitale (la percentuale di partecipazione al capitale viene richiamata unicamente e tassativamente nel caso delle società di capitali come visto sopra).

Tale regola, fissata con chiarezza dal legislatore all’art. 20, comma 1, del D.Lgs. 231/2007, non soffre di nessuna particolare controindicazione, soprattutto se calata nel contesto e nello spirito del sistema delle norme di prevenzione e contrasto del riciclaggio e del finanziamento al terrorismo, poichè nella stragrande maggioranza delle possibili casistiche, quando un cliente è una società di persone, sarà sempre possibile individuare una o più persone fisiche che sono proprietarie delle relative quote societarie, e nei casi residuali di impossibilità (casistica assolutamente poco frequente), il legislatore ci mette a disposizione i criteri generali previsti dall’art. 20, comma 3 ed in ultima istanza il criterio fissato all’art. 20, comma 4.

Analogamente, nei casi in cui il cliente non sia una società di capitali o una persona giuridica privata o un trust (si pensi alle associazioni senza personalità giuridica, al terzo settore etc), i criteri legali previsti dalla normativa antiriciclaggio, sono quelli generali per i clienti diversi dalle persone fisiche ed individuati all’art. 20, comma 1, all’art. 20, comma 3 e all’art. 20, comma 4.

Infine si segnala, che gli amministratori di società di persone, non hanno nessun obbligo di acquisire e conservare i dati relativi alla propria titolarità effettiva secondo quanto previsto dall’art. 21 del D.lgs. 231/2007 (obbligo che invece hanno le imprese con personalità giuridica dal 4 luglio 2017), così come non hanno nessun obbligo di depositare al Registro delle Imprese (con disposizioni di prossima attuazione), i dati relativi al titolare effettivo secondo quanto previsto dall’art. 21 del D.lgs. 231/2007.

 

Gestione antiriciclaggio e mitigazione del rischio all’interno dello studio professionale solo in pratica

Le nuove indicazioni normative, ancor più che in passato, mettono al centro le funzioni organizzative quale strumento per la gestione e la mitigazione del rischio di riciclaggio all’interno degli studi professionali dei Commercialiti, degli Avvocati, dei Consulenti del Lavoro, dei Notai e dei Centri Elaborazione dati contabili.

Con noi soltanto pratica e operatività il resto non ci interessa 

Con la nostra esperienza, abbiamo realizzato un percorso di formazione operativa che contiene le migliori indicazioni relative alla normativa antiriciclaggio, e lo abbiamo pensato per proporre una soluzione ragionata alle necessità dell’intero studio professionale, coinvolgendo tutti gli addetti nell’ambito dei possibili diversi ruoli assegnati.

Nel nostro gruppo di lavoro ci piace studiare e fare ricerca per analizzare i reali fabbisogni formativi del mondo dei professionisti, e soltanto dopo questa accurata e continua ricerca abbiamo realizzato questo percorso che raccoglie le esperienze e le necessità di migliaia di ore e confronto con i professionisti e gli ordini Professionali.

In oltre 400 eventi, tra convegni, seminari e master, abbiamo sempre prestato attenzione, mediante appositi report interni, al monitoraggio dei quesiti e delle richieste di chiarimento in aula, da cui, il nostro centro studi, mediante analisi ed elaborazione, ha estratto le reali necessità e fabbisogni di conoscenza del mondo dei professionisti.

Con questo patrimonio di esperienza, sempre in continua evoluzione, noi proponiamo esattamente ciò che il professionista desidera in termini di accrescimento e formazione nell’ambito della normativa antiriciclaggio.

Non è teoria ma il nostro metodo di ricerca

Il nostro percorso tecnico, realizzato in forma seminariale ed aperto al dibattito e all’analisi delle varie casistiche, si concentra sugli aspetti salienti e centrali della normativa antiriciclaggio:

  • L’adeguata verifica e la gestione dell’incarico e la conservazione
  • I segnali di pericolo e la segnalazione delle operazioni sospette
  • Le tecniche ispettive dei controlli della Guardia di Finanza
  • L’addestramento del personale dipendente

Quattro docenti, quattro esperienze, 12 ore di operatività per i professionisti, 4 ore di operatività per i dipendenti, un canale aperto per i tuoi quesiti per tutta la durata del percorso e le dispense e i modelli per l’adeguata verifica nel tuo studio.

Dott. Antonio Fortarezza
Dottore Commercialista in Milano – Presidente Commissione Antiriciclaggio ODCEC Milano
Dott. Giovanni Barbato
Chief Internal Auditors Veronafiere, Presidente e membro di Organismi di vigilanza, cultore di diritto tributario presso l’Università di Verona e già ufficiale della Guardia di Finanza
Dott. Donato Montagna
Colonnello della Guardia di Finanza in congedo, Revisore dei Conti. Esperto in criminalità economico finanziaria – Commissione Antiriciclaggio ODCEC di Milano
Dott. Cesare Montagna
Consulente procedure antiriciclaggio per i professionisti, Centro Studi Ateneos Conformità Normativa

Nuovo libro con Euroconference Editore dei docenti

Per approfondimenti è appena uscito il nuovo libro di Fortarezza Antonio e Barbato Giovanni sulle procedure antiriciclaggio negli studi.

 

 

Per il commercialista abusivo brutte novità con carcere fino a tre anni, sanzioni fino a 50 mila euro e confisca

Per il commercialista abusivo, le cose non sono mai andate bene in passato, dovendosi districare nell’indicare nelle proprie fatture prestazioni generiche e diverse da quelle che rendeva (è molto gettonata la descrizione in fattura: elaborazione dati, che è un evergreen per tutto), oppure inventarsi le cose più folli per poter trasmettere le dichiarazioni fiscali al sistema telematico dell’Agenzia delle Entrate.

Per non parlare dell’ansia da incasso delle parcelle, perchè l’articolo 2231 del codice civile, prevede senza mezzi termini che l’abusivo esercente di una professione protetta, non ha diritto di ricevere il compenso, in pratica il cliente che si accorge che le prestazioni professionali sono rese, ad esempio da un commercialista abusivo, può non effettuare il relativo pagamento.

Tra l’altro, sull’argomento, la Cassazione (n. 10937/1999) ha stabilito che l’art 2231 si applica anche quando la prestazione resa al cliente sia riferibile ad una società, per essersi essa assunta contrattualmente tale impegno, a nulla rilevando che la società si sia servita, per l’espletamento di detta attività, di tecnici iscritti ai relativi albi.

Se allo scenario già di per se inquietante sopra evidenziato, ci aggiungiamo che i proventi derivanti dal delitto non colposo di esercizio abusivo della professione di commercialista, sono proventi illeciti, in quanto proventi da reato (la legge parla di delitto non colposo e la condotta di esercizio abusivo è un delitto non colposo), lo sfortunato commercialista abusivo, ha anche il problema all’orizzonte del delitto di riciclaggio o peggio di autoriciclaggio, con una misura detentiva che può arrivare fino a 12 anni di reclusione, aumentata perchè il fatto è commesso nell’esercizio di una attività professionale.

In pratica se il commercialista abusivo consegna i proventi di questo delitto ad un soggetto che li versa sul proprio conto corrente, tale soggetto rischia 12 anni di carcere per riciclaggio, diversamente se quei proventi illeciti li utilizza direttamente l’abusivo, rischia lui stesso fino a 12 anni di carcere per autoriciclaggio.

Trattandosi come evidenziato sopra di proventi derivanti da attività criminosa, il commercialista abusivo, oltre al problema di dover spiegare al PM la provenienza dei propri denari, dovrà anche stare molto attento al rischio che presentandosi in banca per versare i denari illeciti provenienti da delitto, la banca effettui una segnalazione di operazione sospetta prevista dall’art. 35 del D.Lgs. 231/2007.

Nuove sanzioni per il commercialista abusivo

I guai per il commercialista abusivo, dal 15 febbraio 2018, si complicano a dismisura, poichè il legislatore ha radicalmente modificato le disposizioni relative alla condotta di esercizio abusivo di una professione, prevedendo il carcere fino a tre anni, una sanzione pecuniaria fino a 50.000 euro e la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato.

Dal 15 febbraio 2018, il legislatore con l’articolo 12, della Legge 3/2018, modificando le disposizioni contenute nell’art. 348 del codice penale, ha fatto una scelta precisa di intervenire con maggiore severità sulla condotta di esercizio abusivo della professione di commercialista, che prima della modifica era punita con la reclusione fino a 6 mesi.

Quindi ad esempio, dal 15 febbraio 2018 (data di entrata in vigore delle disposizioni contenute all’art. 12 della Legge 3/2018), chi, non essendo commercialista, rende la prestazione di tenuta e redazione dei libri contabili, fiscali e del lavoro, o di elaborazione e predisposizione delle dichiarazioni tributarie e cura degli ulteriori adempimenti tributari di associazioni, persone fisiche o giuridiche, dovrà fare i conti con il non più improbabile rischio della reclusione fino a tre anni, della sanzione pecuniaria fino a 50.000 euro e la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato come previsto dall’art. 348 del codice penale.

Insomma grossi guai per il fuorilegge che ha scelto di non sostenere un esame di stato ed essere assoggettato alle regole per svolgere la libera professione e quindi le attività protette previste dal D.Lgs. 139/2005.

Tra l’altro la questione seppur articolata, è stata anche ribadita dalla Cassazione a Sezioni Unite (Cass. pen., Sez. Un., ud. 15 dicembre 2011, dep. 23 marzo 2012, n. 11545) in cui tra l’altro si è molto concentrata sull’integrabilità del delitto in presenza di elementi come la continuità, l’organizzazione e la remunerazione.

Secondo la Corte, è da considerarsi commercialista abusivo chi svolge almeno una delle attività previste dal D.Lgs. 139/2005 secondo modalità di “continuatività”, organizzazione ed onerosità della prestazione, tali da creare le apparenze dell’attività professionale.

Gli stessi elementi di cui sopra, con una recente sentenza della Cassazione (n. 14815/2017), hanno stabilito che integra l’esercizio abusivo della professione il compimento senza titolo di condotte di tenuta della contabilità aziendale, redazione delle dichiarazioni fiscali ed effettuazione dei relativi pagamenti allorché lo stesso compimento venga realizzato in modo continuativo, organizzato e retribuito, tale da creare, in assenza di indicazioni diverse, le oggettive apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato.

Tra l’altro, le prestazioni della tenuta di servizio elaborazione dati, raccolta fatture attive e passive, registrazione corrispettivi, liquidazione Iva, liquidazione di situazioni periodiche con prospettive di costi e ricavi, svolte da un soggetto non abilitato, integrano il delitto di esercizio abusivo della professione di commercialista, (ove vi fossero ancora dei dubbi) così come ben delineato dalla Cassazione VI Penale, sentenza 24 maggio – 27 giugno 2016, n. 26617.

Sull’argomento, è di grande interesse anche la posizione dei Consulenti del Lavoro sul problema relativo ai CED con parere n.4 del 6 aprile 2017, oltre alle FAQ del 25/03/2014 con prot. 3094/U/38 relative ai CED e STP in materia di regolare esercizio della professione.

Reclusione anche per chi aiuta il commercialista abusivo

Oltre all’aggravamento delle misure punitive come sopra evidenziate, il legislatore nella modifica dell’art. 348 del codice penale, ha previsto una ulteriore condotta penalmente rilevante, prevedendo che si applica la pena della reclusione da uno a cinque anni e della multa da euro 15.000 a euro 75.000 nei confronti del professionista che ha determinato altri a commettere il reato di esercizio abusivo della libera professione ovvero ha diretto l’attività delle persone che sono concorse nel reato medesimo.

In materia di reato previsto dall’art. 348 del codice penale, la Cassazione (n. 19544/2012) ha stabilito che risponde del reato in esame, a titolo di concorso, “chiunque agevoli o favorisca lo svolgimento da parte di una persona non autorizzata di un’attività professionale per la quale è richiesta una abilitazione speciale”.

In pratica, ad esempio, diventa molto pericoloso da parte di un professionista anche iscritto in albi, stare vicino ad un abusivo e dirigere l’attività delle persone che con il fuorilegge sono concorse nel reato di esercizio abusivo della professione.

Si ricorda, che la professione di commercialista, e le relative attività previste e tutelate dal D.Lgs. 139/2005, possono essere svolte in forma individuale dal professionista abilitato, ovvero all’interno di uno studio associato o in una società tra professionisti (STP), altre soluzioni non ve ne sono.

Inoltre, il codice di deontologia professionale del Dottore Commercialista, prevede all’art. 42, il divieto per il professionista di favorire l’esercizio abusivo della professione oltre che un obbligo di comunicazione tempestiva all’Ordine dell’esercizio abusivo della professione da parte di chiunque. In pratica, oltre alle conseguenze penali sopra evidenziate, il professionista iscritto all’albo che in qualsiasi modo favorisca oppure non comunichi all’Ordine l’abusivo esercizio della professione, è destinatario di gravi provvedimenti disciplinari.

Obbligo di denuncia dell’Agenzia delle Entrate dell’abusivo

In questo scenario, i guai per il commercialista abusivo, diventano concreti e reali, poichè secondo le precedenti indicazioni e per la struttura della condotta voluta dal legislatore, il delitto di esercizio abusivo della professione è perseguibile direttamente d’ufficio, oltre che essere un reato che obbliga il pubblico funzionario ai sensi dell’art. 331 del c.p.p. a trasmettere senza ritardo al pubblico ministero o a un ufficiale di polizia giudiziaria la notizia di reato.

Ad esempio il funzionario dell’Agenzia delle Entrate, che entra in contatto con un commercialista abusivo che in quel momento sta rappresentando o assistendo un cliente, ha l’obbligo di denunciare la condotta in argomento senza ritardo all’autorità giudiziaria ai sensi dell’art. 331 del cpp, e comunque allo stesso per quanto previsto dall’art. 63 del Dpr. 600/1973 è richiesto di verificare attentamente che la procura rilasciata dal cliente sia autenticata da un Notaio, poichè in caso contrario è anche prevista una sanzione amministrativa da 1.000 euro a 5.000 euro, oltre che naturalmente la possibilità di trattare per conto del cliente con la Pubblica Amministrazione. Quindi ricapitolando, per i non iscritti agli albi, la legge prevede che la procura deve essere autenticata dal Notaio ed in tal caso, ovviamente il pubblico funzionario ha il dovere d’ufficio di verificare il corretto esercizio della libera professione e in caso contrario l’obbligo di riferire ai sensi dell’art. 331 c.p.p. la notizia di reato all’Autorità Giudiziaria.

Inoltre, si ricorda, che alla Guardia di Finanza è richiesto dalla Circolare del Comando n. 83607/2012, in occasione delle ispezioni e controlli previsti dal D.Lgs. 231/2007, la verifica della legittimazione all’esercizio dell’attività da parte del professionista ispezionato (iscrizioni in albi o registri), poichè anche la pattuglia operante, è destinataria in tal caso ai sensi dell’art. 331 del cpp dell’obbligo di riferire all’Autorità Giudiziaria la notizia di reato.

Attenzione, che anche in tema di comunicazione, ad esempio fatta sul sito web, chi promuove servizi che possono essere svolti da soggetti abilitati, e nella relativa pagina web, anche soltanto per fini di pubblicità comparativa utilizzi il termine “commercialista” (ti faccio pagare meno del tuo commercialista, o il tuo commercialista per le tue esigenze e cose del genere) è punito per esercizio abusivo della libera professione con ulteriori aggravanti, poichè palesemente crea le apparenze di una attività professionale protetta per lo svolgimento della quale è necessario essere abilitati dalla legge.

In pratica, l’amministratore o il Cda di enti, che si propongono di svolgere una delle attività protette previste dal D.Lgs. 139/2005, oltre che assumersi tutte le responsabilità amministrative e penali sopra evidenziate, dovranno prestare particolare attenzione anche alle modalità con cui comunicano, nei loro slogan spesso accattivanti, i loro servizi, poichè costoro devono anche sapere, che se inducono il pubblico soltanto a pensare che l’attività sia svolta da un commercialista, rischiano anche il reato di truffa previsto dall’articolo 640 del codice penale.

Inoltre, per come è configurato il reato di esercizio abusivo della professione di commercialista, ci sono all’orizzonte anche grossi guai per il cliente del fuorilegge, poichè, oltre a sborsare dei denari per pagare chi ai sensi dell’art. 2231 non ha diritto a ricevere il compenso, rischia ricorrendone le condizioni di legge anche fino a quattro anni di reclusione per favoreggiamento.

Di Antonio Fortarezza

Striscia la Notizia. Max Laudadio stana una fuorilegge abusiva e poi il resto lo fa la Guardia di Finanza.  Guarda il video:

I nuovi adempimenti antiriciclaggio e le procedure per lo studio professionale in un nuovo manuale pratico

Con una edizione curata da Euroconference, è stato pubblicato il nuovissimo libro sui nuovi adempimenti antiriciclaggio e le indicazioni per l’organizzazione dei professionisti, degli studi associati e per i centri elaborazione dati contabili, compreso Caf e organizzazioni di servizi contabili.

Il nuovo manuale sugli adempimenti antiriciclaggio, unico per le caratteristiche operative, presenta una nuova forma di approccio alla normativa antiriciclaggio, declinata sulle procedure per lo studio professionale e sulle funzioni organizzative per la gestione e la mitigazione del rischio di riciclaggio e del finanziamento al terrorismo per i professionisti. Visualizza l’indice del libro.

Gli autori dell’opera hanno un interessante curriculum di esperienze nell’ambito degli adempimenti antiriciclaggio e delle relative procedure antiriciclaggio: Giovanni Barbato, ex Ufficiale della Guardia di Finanza ed attualmente Chief Internal Auditor di Veronafiere e Antonio Fortarezza, Dottore Commercialista in Milano e Presidente della Commissione Antiriciclaggio dell’ODCEC di Milano, entrambi docenti insieme ad altri specialisti nella terza edizione del master antiriciclaggio per i professionisti che si è svolto il 7 marzo 2018 a Padova in collaborazione dell’ADCEC delle Tre Venezie.

Il nuovo libro sugli adempimenti antiriciclaggio, affronta sotto un profilo organizzativo tutti gli aspetti relativi alla normativa antiriciclaggio prevista dal D.Lgs. 231/2007 come recentemente modificato lo scorso 4 luglio 2017 dal D.Lgs. 90/20017, arricchendosi della modulistica per svolgere l’adeguata verifica all’interno dello studio professionale oltre che di check list per la verifica dei vari adempimenti.

  • Check list per l’adeguata verifica della clientela;
  • Tutte le casistiche e gli esempi per l’individuazione del titolare effettivo;
  • Manuale del sistema di gestione degli obblighi antiriciclaggio per lo studio;
  • Le dichiarazioni del cliente per l’adeguata verifica;
  • Ed altro ancora

L’opera, senza perdere l’analisi delle norme di diritto sia nazionale che internazionale, si concentra nell’esame di numerose casistiche relative all’attività professionale dei Commercialisti, Avvocati, Notai, Consulenti del Lavoro e delle società di servizi o di elaborazione dei dati contabili.